Il mio maestro, musicista e teologo, mi da del tu e sa il mio nome. Nella mia ventennale sequela non ho mai smesso di dargli del lei. Questa intimità del tu è il suo modo per assicurarmi della cura. Il mio dare del lei è il potermi concedere di riposare alla sua ombra.
Col passare degli anni non ho acquistato saggezza, piuttosto ho incrementato le competenze (clinica, informatica, botanica, culinaria). 
Con gli anni ho perso abilità, soprattutto motorie e sensoriali. Mi chiedo perché io non riesca, invecchiando, ad avvicinarmi al mio modello: maestro Yoda, diventando una di quelle sagge donnine che nel silenzio indicano la strada, offrendo brodo caldo.
Mi sono data due risposte.
La prima è che saggezza è sorella di prudenza e che le due spesso si divertono a scambiarsi i ruoli, travestendosi l'una coi panni dell'altra,così che sembra saggio colui che ha fatto tesoro dei fallimenti. Questa è la risposta "retrospettiva": l'errore non mi è maestro.
La seconda è che ho un animo non eroico (quello sì sarebbe bello!) quanto piuttosto temerario, perfetto solo per un adolescente. Questa è la risposta che punta lo sguardo all'orizzonte.
Esiste nel gergo giornalistico, non certo in quello medico, l'abitudine a utilizzare le "parole della guerra" per descrivere lo stato di malattia. 
"Combattere contro il male", "perdere la battaglia contro il tumore", "lottare tra la vita e la morte" ne sono esempi. 
C'è in queste espressioni una falsificazione di fondo che mi irrita profondamente.
Non esiste guerra contro la malattia. Non si combatte in campo ad armi pari con una neoplasia, una grave insufficienza cardiaca, una malattia neurologica degenerativa. Le malattie gravi , quelle potenzialmente mortali, sono più forti del nostro povero corpo. Il malato, oppresso dal male, non lotta. Anzi è passivizzato tre volte: dal male che lo possiede, dalla farmacologia che, nel tentavo di togliere il male, ne procura altro, spesso altrettanto doloroso, dalla società che lo ghettizza, perché il male dell'altro può essere il nostro, e ciò scatena l'angoscia.
Con la malattia si viene a patti, non si lotta! Ci si siede al tavolo del compromesso.
Si accetta un armistizio, quello dato dalla chemioterapia.
Si spera in una ritirata dall'assedio.
Lotta c'è, ma con la nostra paura della morte, che sia la nostra o quella degli altri e che li si ami o no. Lì è la vera battaglia. Noi lottiamo con il terrore, quello che ci assale quando pensiamo che dietro a quel nodulo, a quella macchia, a quella tosse forse è nascosta la fine.
La vera battaglia è sempre e solo con noi stessi.
Non sopporto più questo linguaggio melenso e falso, questa retorica guerresca che travisa la verità.
Ciò che eravamo non siamo più ma l'immagine di ciò che siamo stati è talmente viva nella nostra memoria da rischiare di trascinarci per strade note che la nostra libertà deve rifiutare. 
In questo momento non voglio salire su treni, in corsa da una docenza a un'altra. Ho scelto lo studio nel silenzio e nella penombra dell'estate. È il tempo del passare ciò che ho compreso a chi la notte cerca la finestra illuminata della casa che lo sa accogliere.
I miei gesti si stanno rallentando. Non è solo il cammino, inevitabile conseguenza dell'età, intendo tutti i gesti quotidiani: mescolare il caffè, sfogliare un libro, riordinare un cassetto. 
Il mio rapporto con il tempo è mutato.
Mentre da ragazza le ore, pur essendo l'orizzonte ancora profondo, fuggivano rapide, le occupazioni del giorno si susseguivano in un fluire contratto e distratte erano le mani, ora ogni azione che compio mi appare nella sua magnificenza sensoriale, propriocettiva, visiva, uditiva, perfino olfattiva (l'odore che si sprigiona all'apertura di un nuovo libro, il profumo che la cera lascia sul legno). 
Il tempo, proprio adesso che il porto si è fatto visibile, invece di apparirmi breve si è improvvisamente dilatato, come a lasciare che io mi accorga di ciò che contiene ogni suo istante