Al bar ascoltando Tenco

In un bar, davanti a un caffè, ascolto Luigi Tenco, ripescato miracolosamente da una radio che diffonde. Al ritornello "ciao amore ciao" mi sale dallo stomaco una sensazione di angoscia e di sgomento. Ciao e Amore. Parole ripetute sino allo sfumare della canzone. Intollerabile vicinanza lessicale che invece di segnare un incontro marca di morte un distacco.
Ho voglia di correre ad abbracciare una per una le persone che amo. Nella impotenza di raggiungerle da questo tavolino da bar mi salgono le lacrime.
Tenco è terribile.

Il mondo degli affetti

Vivo della mia vita interiore, in un mondo degli affetti abitato dalla mia famiglia e dai miei pochi amici.
In esso irrompono, rumorosi e timidi, alcuni miei allievi. Ogni volta mi sorprendo di essere scelta da chi ha così tanto futuro. In loro mi rispecchio. Anch'io credo nel tempo che verrà.
Tra la gente ho la solitudine come compagna. Appaio severa e schiva perché non c'è cosa che io faccia che non risuoni prima nel mio cuore.
Da quando da ragazzi ci siamo conosciuti ogni parola scritta, ogni cosa fatta insieme ha risposto unicamente all'esigenza di dare forma alla fraternità che ci lega. Per tutto questo, della casa e dei suoi amati abitanti, degli amici che hanno vinto la mia riservatezza, dell' aula con le sue domande ancora senza risposta, di un incontro fraterno sono grata alla vita.

Essere gravide non è una colpa

Il mio figlio più grande è un chirurgo bravo e devoto. Cura e aiuta. Il secondo educa gli adolescenti. Il terzo progetta giardini, semina e coltiva. Cosa sarebbe di loro se mi fossi fatta intimorire dalle esternazioni del mio primario che riteneva inconciliabile maternità e carriera e mi voleva con sé in un percorso universitario?
Amo studiare e lavorare. Se avessi considerato l'immediato forse non sarebbero nati.
E se mi fossi fatta guidare da mia nonna: "non fare medicina che non ti sposi" ?
Entrambi volevano a modo loro il mio bene ma proiettandolo nel futuro immediato della mia personale e singola esistenza
Eppure nel disattenderli ho prodotto un bene maggiore. La società ne ha tratto un vantaggio.
Non mi stupisco del mobbing rivolto a chi sceglie la maternità. Se chi mi voleva bene me la sconsigliava o mi invitava a rinunciare in suo nome allo studio, come può essere che un datore di lavoro guardi con empatia una donna che vuole tutto, affetti e carriera?
I datori di lavoro hanno spesso un orizzonte ridotto. Devono far quadrare i conti nell'immediato. La società futura non li riguarda. La gravidanza è uno svantaggio in termini di produttività.
Eppure non si cerca un bimbo per se stessi. Lo si regala al futuro. A quel futuro nel quale chi guarda con rancore la gravida potrebbe aver bisogno proprio di quel bambino diventato uomo.
Scegliere la maternità non è un atto di egoismo ma un inestimabile regalo al mondo. Un dono al futuro.
Per questo ogni maternità ci riguarda. Ogni donna che decide di farsi madre va protetta. La sua disponibilità a dare la vita è un guadagno per la società. È questa secondo me la posizione da difendere. La consapevolezza del bene collettivo, cioè di tutti, rappresentato dall'aspettare un bimbo.

Eutanasia non è per me

La discussione in corso sulla eutanasia mi obbliga a riflettere non sull'opportunità della legge ma su di me.
Ho sempre stimato la libertà individuale come il bene sommo e sarei pronta alla lotta per difendere la mia e quella degli altri ma l'idea di usare della libertà per decidere della vita mi sgomenta. Mi spinge a chiedermi chi sono io, non nel poter scegliere di morire, cosa che ho sempre ritenuto un mio diritto, legge o non legge, ma nel dare la morte a un altro nella mia veste di clinico.
Chi sono io per fare questo? La domanda è troppo grande per non obbligarmi a chiedermi quale è la mia identità più profonda, quella che mi identifica nel mondo e che, soprattutto, dice a me stessa della mia natura.
Io sono un medico, lo dirò meglio, sono un medico e non "faccio" il medico. La medicina non è per me un lavoro, una fonte di sostentamento, uno stato sociale ma, come l'arte, è identitaria.
La mia scelta di essere medico è l'inevitabile conseguenza del legame strettissimo che ho con la vita, quella che ho partecipato a rendere possibile partorendo, quella che difendo e sostengo coltivando. E' una scelta intrisa di rispetto e pietà per la realtà "vivente", sentimenti che mi rendono responsabile della sua continuazione, della sua protezione, qualunque forma possa prendere, anche quella del malato terminale.
Lo so, è una dichiarazione di impotenza. Non avrei mai la forza di sospendere l'idratazione, di somministrare un overdose. Non io. Non ho quella lucidità necessaria per scegliere la morte degli altri. E allora, chi la somministrerà questa eutanasia? I parenti più prossimi? Chi più di tutti ama il malato? Si può addossare al solo medico questo compito?
Rileggerò Miele di McEwan o rivedrò il film che ne è stato tratto.

Non da sola a tavola

Seduta in un bar a riposare ho solitudini accanto a me. Vedo, o mi fingo, negli occhi dei miei due vicini il rimpianto di ciò che è perduto. Alla nostra età il desiderare è spento e la delusione non si trasforma nell' agire. Nella mia borsa il pane per la cena, che non consumero' da sola, genera in me riconoscenza.

Uscita di scena

"Che begli alberi!" è forse l'uscita di scena più bella del teatro di Cechov. Chi la pronuncia sta per confrontarsi in un duello che con certezza lo vedrà ucciso. Eppure, sull'uscio, non ancora sul campo ma già fuori dalla stanza (e dalla relazione con la più giovane delle Tre Sorelle), la vista della natura, del grande bosco di fronte alla casa, lo arresta e lo stupore della contemplazione supera l'angoscia.
Alberi magnifici sordi ai sentimenti dell'uomo. Natura che ci sovrasta col proprio senso intrinseco dell'esistere. Natura indifferente alla sua stessa sorte, che possiamo avvilire, distruggere senza che vi si opponga. Vegetazione che invade le case disabitate, che cancella i sentieri. Mondo vegetale cieco alla presenza dell'uomo ma che solo l'uomo può difendere avendone cura.
Pensavo questo bagnando il cortile (come vorrei fosse un giardino!) ieri sera, dopo aver rinvasato il nocciolo e la piccola quercia nella quale è nascosta l'essenza di un bosco.

La vita larga

E' interessante come ci si accanisca a desiderare una vita la più lunga possibile, quasi che la lunghezza fosse il parametro con il quale si misura la felicità. Le modalità di misurazione dello spazio applicate alla qualità del tempo sono ridicole.
Se proprio devo operare una contaminazione tra tempo e spazio, allora mi auguro una vita larga e profonda. Una di quelle vite infarcite di idee, pensieri, progetti, passioni, amori e relazioni tutti spianati per la larghezza e penetranti sin nella profondità del mio essere, nell'istante medesimo nel quale sono vissuti.
Meglio così che una vita lunga, fatta di attimi superficiali in successione.